« I bambini le cui madri morivano dando loro la luce nascevano con i migliori auspici: è così che nacquero Scipione l’Africano Maggiore e il primo dei Cesari, che prese questo nome per l’operazione di parto cesareo a cui fu sottoposta la madre. »
( Plinio il Vecchio – Historia naturalis )
LE ORIGINI
Discendente della Gens patrizia Cornelia, una delle più antiche e potenti famiglie di Roma, nacque a Roma nel 235 a.c. da Publio Cornelio Scipione, che fu console nel 218 a.c. e che morì in Spagna assieme al fratello Gneo Cornelio Scipione Calvo durante la II Guerra Punica. Dunque una famiglia gloriosa oltre che ricca e famosa anche per l’onestà e l’amor di patria. Uomo intelligentissimo, audace, grande stratega e grande persuasore.
Le principali di Scipione sono: Polibio (Storie), Tito Livio (Ab Urbe condita libri), Appiano di Alessandria (Historia romana), Cassio Dione Cocceiano (Historia romana), Velleio Patercolo (Historiae romanae ad M. Vinicium), le biografie di Plutarco su Fabio Massimo, Claudio Marcello e di Cornelio Nepote su Annibale (De viris illustribus).
Si guadagnò il cognomen ex virtute di “Africano” a seguito della vittoriosa campagna in Africa in cui sconfisse Annibale a Zama. Viene comunemente chiamato Africano maggiore per differenziarlo dal suo omonimo Publio Cornelio Scipione Emiliano, detto “Africano minore”, che distrusse Cartagine a seguito di un lungo assedio nel 146 a.c.
Sposò Emilia Terza, sorella di Lucio Emilio Paolo Macedonico, e fu il padre di un omonimo Publio Cornelio Scipione, di Lucio Cornelio Scipione e di Cornelia, la famosa “madre dei Gracchi”. Secondo Tito Livio, Publio Cornelio Scipione nacque, come Alessandro Magno, dall’unione con un grande serpente, che compariva nella camera da letto di sua madre, ma era visibile solo a lei.
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LA DISFATTA DI CANNE |
IL CURSUS HONORUM
Si sa che nel 218 a.c., a soli 17 anni, durante la battaglia del Ticino, nella guerra contro Annibale, Scipione salvò la vita al padre, gravemente ferito e circondato dai nemici, che il giovinetto sbaragliò con un esiguo contingente, per cui questi, che era il generale delle armate romane, propose per il figlio l’alta decorazione al valor militare della corona civica. Ma Scipione rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”. Questa modestia Scipione la dimostrò per tutta la vita, e per
questo fu amato e ammirato, ma anche molto invidiato.
« … suo padre gli aveva affidato il comando di una turma di cavalieri scelti, destinati a garantire la sicurezza personale del console; egli, quando nel corso della battaglia vide che suo padre, insieme a soli due o tre cavalieri, era stato circondato dal nemico ed aveva subito pericolose ferite, inizialmente provò ad incitare gli uomini che aveva vicino a sé affinché portassero soccorso al padre, quando vide che questi, davanti al grande numero di nemici che circondavano suo padre, erano titubanti e impauriti, si racconta che egli, con incredibile audacia, si lanciò da solo alla carica contro i nemici che avevano accerchiato il padre. A quel punto anche gli altri cavalieri si sentirono obbligati ad attaccare. I nemici, spaventati, si diedero alla fuga e Publio Scipione, salvato in modo tanto insperato, fu il primo a salutare alla presenza di tutti il proprio figlio come suo salvatore. »
(Polibio, X, 3.4-6.)
La coraggiosa impresa dette a Scipione la fama di valoroso, ma Polibio aggiunge che nelle successive battaglie raramente rischiò la vita consapevole delle sue responsabilità verso la patria.
«E questo comportamento è tipico, non di un comandante che si affida alla Fortuna, ma di uno dotato di intelligenza.»
(Polibio, X, 3.7.)
Nel 216 a.c., all’età di 19 anni, fu tra i superstiti della disastrosa battaglia di Canne, Scipione per quanto giovanissimo era già seguito dai soldati per la sua saggezza e tempestività. I soldati si rivolgevano a lui per ogni problema, pur essendo spesso molto più grandi di lui. Nonostante la giovanissima età, un po’ per la sua famiglia ma anche per i suoi meriti, ricopriva la carica di tribuno militare.
Livio narra che dopo la disastrosa battaglia di Canne, dove era stato trucidato quasi tutto l’esercito romano, Scipione usando il suo ruolo di tribuno ma anche il suo ascendente sui soldati, chiese loro di affidarsi a lui che li avrebbe condotti in salvo. I morti romani erano 70.000 e 10.000 i prigionieri, una carneficina.
I superstiti delle legioni romane, atterriti e sbandati, si lasciarono guidare dal giovane che con grande maestria, li fece correre silenziosamente, con perlustrazioni avanzate per scoprire i cartaginesi che sorvegliavano il territorio per far strage dei sopravvissuti. Scipione avanzava lesto e silenzioso come un felino, e quando aveva appurato che la strada era libera, faceva avanzare i suoi. Il pericolo era immenso, tanto più che il campo di Annibale distava appena 4 miglia.
Scipione dovette frenare il desiderio di fuga di numerosi patrizi che volevano fuggire in esilio minacciando di fermarli anche con la spada. Egli fu l’unico dei capi militari a mostrare fermezza di carattere: alle insistenze degli altri comandanti, di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, egli oppose un netto rifiuto dicendo che non era ora di discutere ma di osare e agire. Si fece poi raccontare dai superstiti le fasi della battaglia, cercando di capire la tattica usata dagli avversari.
Comunque non solo seppe eludere i nemici ma seppe pure orientarsi, si che li fece giungere sani e salvi a Canosa dove i soldati lo ringraziarono commossi, compresi quelli che volevano fuggire per proprio conto e che ritenevano impossibile la salvezza. E qui inizia la brillante carriera dettata dalla stupenda capacità tattica di Scipione, uno stratega militare all’altezza di Giulio Cesare, il quale giustamente commiserava l’esercito il cui comandante usasse le armi anzichè il cervello.
Scipione riteneva importante studiare la tattica del nemico per poterlo prevedere e scoprire i suoi punti fragili, così si fece raccontare dai superstiti tutti i particolari della battaglia. Per quanto fosse doloroso rievocare l’inferno e il massacro, Scipione fece raccontare da tanti ogni possibile evento che gli potesse dare notizie su Annibale e la sua tattica militare.
Annibale fu un grandissimo condottiero, che Scipione combattè ma ammirò, e altrettanto lo stimò il generale cartaginese. Livio racconta che di fronte al pericolo di defezione dopo la sconfitta di Canne, Publio Scipione fu l’unico dei capi militari a mostrare decisione e fermezza, si oppose così alla richiesta di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, perchè non si doveva far altro che riorganizzare l’esercito.
Sembra che gli scampati fossero i primi ad affidarsi a lui, che tanto coraggio e bravura aveva dimostrato nel salvarli dalla morte certa. Gli si affidarono per due ragioni: la prima è che lo stimavano immensamente, la seconda è che volevano assolutamente lavare l’onta di quella sconfitta. A Roma non solo i generali, ma pure i militi vittoriosi erano stimati e ammirati dalla popolazione. Un soldato di una legione vincitrice o che si era distinta in battaglia otteneva deferenza, privilegi e pure regali da tutti. Viceversa i perdenti erano malvisti e ignorati da tutti.
Una situazione così era difficile da sopportare e i legionari superstiti chiesero pertanto di poter tornare a combattere in prima fila, avrebbero così riscattato l’onore loro, quello della loro legione e quello di Roma. Ma come generale avrebbero chiesto tre anni dopo il giovane Scipione.
LE CARICHE PUBBLICHE
Questi episodi lo resero già famoso si che nel 213 a.c. ebbe la carica di edile curule (aediles curules), il secondo passo, dopo la carica di questore, nel cursus honorum, la scalata al consolato. I tribuni della plebe si opponevano alla sua nomina accampando la non raggiunta età legale, infatti Scipione aveva solo 22 anni, ma Publio rispose che se i Quiriti, cioè il popolo, lo volevano edile per lui era sufficiente, e il popolo voleva lui. A Roma il popolo contava moltissimo, molto più di oggi in Italia.
Se il popolo chiedeva qualcosa i senatori e perfino l’imperatore si adeguavano. Il Senatus Populusque Romanus era una giusta dicitura, perchè il popolo contava come e più del senato. E se il popolo decideva che qualcuno dovesse avere il comando, il senato doveva accettare, non dimentichiamo che era previsto dalla legge che il popolo potesse addirittura nominare dei generali.
Inizialmente alle elezioni si candidò il fratello maggiore Lucio, ma con poche possibilità di successo. Poi Scipione narrò alla madre di aver fatto per due volte lo stesso sogno: di essere stato eletto edile insieme al fratello. Così presentò anch’egli la propria candidatura e il popolo, che lo adorava, votò sia lui che il fratello.
La notizia si propagò e da quel momento tutti cominciarono a credere che gli Dei parlassero con Scipione attraverso i sogni e che le sue azioni fossero ispirate da questi. Scipione profittò di ciò nei momenti bui, facendo credere ai suoi uomini che i suoi comandi fossero un suggerimento divino.
Scipione Africano, nel 211 a.c., l’anno della morte di suo padre, con una procedura d’eccezione (dovuta alla giovane età, 24 anni) fu nominato comandante proconsolare in Spagna; dimostrò subito le sue capacità impadronendosi nel 209 a.c. di Carthago Nova, l’attuale Cartagena, una città importante per gli approvvigionamenti cartaginesi.
NOVA CARTHAGO
Nel 211 a.c., Publio seppe che il padre Publio Cornelio Scipione e lo zio Gneo Cornelio Scipione Calvo erano stati sconfitti e uccisi dai cartaginesi, dopo diversi anni di guerra (dal 218 a.c.). Fortunatamente Lucio Marcio Settimo, riuscì a riorganizzare i reparti sopravvissuti e fermare l’avanzata cartaginese, ottenendo una insperata vittoria.
Una nuova spedizione romana venne inviata in Spagna sotto il comando di Gaio Claudio Nerone ma poi, visti gli scarsi successi, si decise di mandare in Spagna un nuovo comandante a sostituire lo stesso Nerone, Convocarono infine i comizi centuriati per l’elezione del proconsole da inviare in Spagna, ma nessuno si presentò alla candidatura.
«Il popolo aveva gli sguardi rivolti ai magistrati ed osservava i volti dei più importanti cittadini, i quali a loro volta si guardavano l’un l’altro. Il popolo fremeva nel vedere quanto la situazione fosse compromessa e disperava della repubblica, tanto che nessuno si arrischiava a presentarsi per ottenere il comando dell’esercito in Spagna, quando all’improvviso Publio Cornelio, figlio di quel Publio che era morto in Spagna, giovane di appena ventiquattro anni, dichiarò di porre la propria candidatura e si collocò subito in posizione elevata per attirare l’attenzione.
Dopo che tutti gli sguardi si rivolsero verso di lui, la moltitudine con grida di simpatia e favore gli augurò senza indugio un comando felice e fortunato. Quando poi si iniziò a votare, tutti fino all’ultimo, non solo le centurie ma i singoli cittadini, deliberarono che il comando supremo militare in Spagna fosse dato a Publio Scipione. »
(Livio, XXVI, 18.6-9.)
Secondo invece Tito Livio, i tribuni della plebe si opposero alla sua nomina, accampando la non raggiunta età legale, a cui Publio rispose:
«Se tutti i Quiriti vogliono eleggermi edile, vuol dire che ho l’età richiesta.»
(Livio, XXV, 2.7.)
Nel 210 a.c., secondo Livio, o 209 a.c., secondo Polibio, Scipione radunò la flotta militare presso le foci dell’Ebro e vi convocò tutte le legioni, che egli raggiunse insieme a 5.000 alleati da Tarragona. Riunito l’esercito, convocò l’assemblea per rivolgere un discorso, l’adlocutio. soprattutto ai veterani superstiti delle sconfitte:
«Nessuno prima di me, subito dopo essere stato nominato generale, ebbe la possibilità di ringraziare i suoi soldati per i meriti conseguiti, prima di averli potuti utilizzare. La fortuna invece ha fatto in modo che io, ancor prima di vedere la provincia o gli accampamenti, debba a voi esservi grato: prima di tutto, perché siete stati fedeli a mio padre e a mio zio, da vivi e poi da morti, in secondo luogo, perché grazie al vostro valore, sia per il popolo romano sia per me che succedo a dei generali caduti in combattimento, avete mantenuto intatto il possesso di questa provincia, che sembrava ormai perduto in seguito a una così grande disfatta.»
(Livio, XXVI, 41.3-5.)
Polibio narra che Publio Scipione enumerò alcuni vantaggi, perchè le tre armate cartaginesi si trovavano in accampamenti separati e molto distanti tra loro, e perchè molti loro alleati gli stavano voltando le spalle per allearsi con Roma..
«Il fatto più importante è che i comandanti nemici, essendo in contrasto tra loro, non avrebbero voluto combattere contro di noi riunendo le truppe; questo ci permetterà di combatterli separatamente, riuscendo a batterli facilmente. Vi esorto quindi a considerare tutto ciò che vi ho detto ed a passare il fiume senza timore.»
(Polibio, X, 6.5-6.)
diresse su Nova Carthago (Cartagena), la città cartaginese più importante in Spagna.
«… aveva infatti deciso di non fare nulla di quanto aveva annunciato alle truppe; l’obbiettivo che aveva in mente era invece di cingere improvvisamente d’assedio la città iberica, il cui nome era Cartagine (Qart-ḥadašt)… Una volta che vi si dedicò, lasciò da parte le soluzioni facili e note a tutti, escogitando un piano d’azione che né i suoi nemici, né i suoi amici si aspettassero. Tutto questo venne fatto in modo estremamente accurato e calcolato.»
(Polibio, X, 6.8-12.)
Nova Carthago era difesa soltanto da una piccola guarnigione perchè i cartaginesi la ritenevano inespugnabile. Per massimo di prudenza nessuno era a conoscenza del piano di Scipione, a parte Gaio Lelio che navigò lungo la costa ad una velocità tale che la flotta romana giungesse nel porto di Cartagena nello stesso momento in cui Scipione giungeva con l’esercito da terra. Sette giorni dopo raggiunsero Cartagena contemporaneamente via terra e via mare, e posero gli accampamenti (castra aestiva) a nord della città
Cartagena, protetta su due lati dal mare e sul terzo da una laguna, era considerata inespugnabile, ma Scipione, sfruttando la bassa marea nella laguna, dichiarata ai soldati come volontà divina a suo favore, riuscì a scalare le mura della città senza opposizione, occupandola senza assedio.
La conquista di Cartagena è ricordata anche per la grande umanità con la quale Scipione trattò gli ostaggi. Ai 2.000 artigiani presenti in città dichiarati schiavi pubblici di Roma, promise la libertà se avessero collaborato i Romani con il loro lavoro, una volta vinti i Cartaginesi. Tra i restanti prigionieri scelse i migliori e li unì agli equipaggi delle sue navi, aumentando di metà il numero dei marinai, promettendo anche a questi la libertà al termine della guerra. Questo benevolo comportamento suscitò nei cittadini grande lealtà nei confronti di Publio e altrettanto gli artigiani.
Narra inoltre Polibio che i soldati romani, conoscendo la debolezza del comandante per le donne, gli portarono una fanciulla prigioniera molto bella. Ma Scipione ringraziandoli disse loro che, essendo il loro comandante, non poteva accettare un simile dono e riconsegnò la ragazza a suo padre, ma anzi, saputo che la fanciulla era promessa sposa di un giovane capo dei Celtiberi, lo mandò a chiamare facendogli dono della fanciulla e consegnandogli come suo dono nuziale i ricchi donativi che i genitori della ragazza gli avevano fatto in segno di gratitudine. Grazie anche a questa sua continenza, Scipione ancor più conquistò il rispetto dei popoli sottomessi.
Ora la corona muralis veniva assegnata al primo uomo che avesse scavalcato le mura di una città nemica. La corona era d’oro e aveva forma di cinta muraria merlata e turrita. Tito Livio narra che Cornelio Scipione, dopo aver ordinato a Gaio Lelio di mantenere sotto sorveglianza la città appena conquistata con i marinai alleati, condusse nell’accampamento le legioni. Il giorno seguente adunò l’intero esercito composto da legionari e marinai, elogiò il comportamento dei soldati in battaglia e ringraziò gli dei immortali, che avevano concesso loro di prendere in un sol giorno la città più ricca della Spagna,:
«Sebbene per tutto ciò, dovesse riconoscenza a tutto [l’esercito], l’onore della corona murale spettava solo a chi aveva per primo scalato le mura. Il soldato che si riteneva degno di quel dono, doveva dichiararlo pubblicamente. Due si fecero avanti: il centurione della quarta legione, Q. Tiberilio, e il marinaio, Sesto Digizio.»
(Livio, XXVI, 48.5-6.)
«di aver accertato che Q.Tiberilio e Sesto Digizio avevano scalato contemporaneamente le mura e che egli, grazie al loro valore, li giudicava entrambi degni dell’onore della corona murale.»
(Livio, XXVI, 48.13.)
Fu così che Scipione risolse la contesa, distribuendo poi a tutti gli altri soldati donativi, a seconda del merito e del valore di ciascuno. In particolare, a Gaio Lelio, lo equiparò a sé stesso e gli fece dono di una corona d’oro e di trenta buoi.
Sappiamo da Polibio che, dopo la conquista di Nova Carthago, Publio Scipione rimase nella città dedicandosi ad un sistematico allenamento delle truppe navali e di terra, controllati dai tribuni militari. Narra Polibio:
« Il primo giorno dovevano far marciare i soldati con le armi a passo di carica per trenta stadi (5,5 km); il secondo giorno erano costretti a pulire e riparare le proprie armature, passando in rassegna alle truppe; il terzo giorno veniva concesso loro il dovuto riposo; il quarto giorno, venivano fatti esercitare nei duelli con spade di legno ricoperte in cuoio e bottoni per fermarli, altri nel lancio dei giavellotti, utilizzando anche in questo caso dei bottoni per fermare la loro penetrazione; il quinto giorno si ripartiva da zero con la stessa serie di esercizi.
Contemporaneamente si preoccupava che gli artigiani lavorassero affinché non mancassero armi né per le esercitazioni militari né per una guerra. »
(Polibio, X, 20.2-4)
Anche Tito Livio racconta che Scipione trascorse quei pochi giorni che aveva stabilito di fermarsi a Nova Carthago, facendo compiere delle esercitazioni alla sua armata, sia di terra, sia di mare:
« Il primo giorno, le legioni, armate ed equipaggiate, manovrarono in uno spazio di quattro miglia; il secondo giorno Scipione ordinò ai soldati di curare le armi e di pulirle presso le loro tende; il terzo giorno i soldati simularono una battaglia vera con bastoni, lanciandosi contro aste con la punta smussata; il quarto giorno riposarono; il quinto ripresero le manovre con le armi. L’esercito continuò ad esercitarsi in questo modo, tra fatica e riposo, fino a quando rimase a Nova Carthago. Gli equipaggi delle navi, usciti verso l’alto mare calmo, provarono l’agilità delle loro navi, facendo finta di combattere delle battaglie navali. »
(Livio, XXVI, 51.4-6)
Così nel 211 a.c. a soli 24 anni, da semplice privato e sempre al di sotto dell’età consentita per la carica, Publio ottenne con Caio Claudio Nerone il comando della flotta con 11.000 uomini come proconsole in Spagna, dove la situazione per i Romani era disperata, ma salvare le situazioni disperate era la qualità di Publio Cornelio.
Suo padre e suo zio, Publio il Vecchio e Cneo, comandanti delle forze romane lì stanziate, erano stati sconfitti e uccisi in battaglia ad opera del valoroso Amilcare Barca, padre di Annibale. La situazione era così disperata che all’elezione del proconsole da inviare in Spagna Scipione era stato l’unico a candidarsi. Ma Publio aveva una grande fiducia in se stesso, si rendeva conto di essere più bravo e saggio di tutti i suoi colleghi, e aveva ragione di crederlo. Anche in questo ci ricorda un po’ il grande Cesare, che aveva sempre grande fiducia nelle sue capacità, cimentandosi sempre in nuove esperienze di battaglia.
LA GUERRA HISPANICA
Publio Cornelio trattò le truppe in modo diverso da come usavano i generali, ascoltava i loro bisogni e li trattava benevolmente pur allenandoli pesantemente, lo stesso sistema che sarà poi usato da Mario prima e da Cesare poi. Aveva anche un modo rispettoso e nello stesso tempo persuasivo di trattare le popolazioni iberiche, che a volte riuscì a trasformare in alleati, e aveva inventato anche una nuova tattica di guerra.
Eseguì infatti una tattica di attacco continuo, innovativo rispetto alle lunghe pause dopo la battaglia, un sistema che coglieva di sorpresa ed esasperava il nemico. Lo otteneva mediante un ricambio di uomini studiato a tavolino, in modo che ci fosse sempre un nucleo combattente. Questo metodo mai usato da nessuno aveva un grande impatto psicologico sugli avversari. Publio pianificava tutto, quanti potevano essere i morti o i feriti, quanti da sostituire. Riusciva pure ad avere molti meno soldati morti in battaglia (e anche in questo ha somiglianza con Cesare) per cui l’esercito lo adorava e lo credeva figlio di un Dio.
Era anche un eccellente diplomatico e restò sempre fedele alla parola data, per cui tutti amavano trattare con lui.
Anche come nemico era affidabile, e ancora di più come alleato. Infatti riuscì a rovesciare alcune alleanze fra iberici e cartaginesi rendendo difficile il reclutamento di forze contro Roma e sferrò una molteplicità di attacchi, quasi sempre vincenti, contro colonie
cartaginesi e città loro alleate.
Con la sua tattica aveva i cartaginesi su posizioni sempre difensive impedendo loro di sfruttare le risorse del territorio conquistato e di inviare uomini o mezzi ad Annibale. Così attuava anche la politica di Quinto Fabio Massimo detto non a caso il Temporeggiatore, si che i cartaginesi erano stati sottoposti più una sfiancante guerriglia invece che a una guerra aperta.
Verso la fine del 209 a.c., dopo aver annunciato al Senato di Roma la vittoria riportata a Nova Cartago attraverso Gaio Lelio, gli venne prorogato il comando insieme a Silano, non per un anno, ma fino a nuovo ordine del senato stesso. Scipione passò il resto dell’anno ad organizzare e addestrare l’esercito sulla base di nuovi criteri militari, introducendo una prima riforma tattica e istruendolo nell’utilizzo della nuove armi. Adottò quindi la spada spagnola (gladius) e forse modificò il giavellotto (pilum).
LA BATTAGLIA DI BAECULA
L’anno successivo, nel 208 a.c., con la battaglia di Baecula Publio sconfisse Asdrubale Barca, cacciando i cartaginesi dalla penisola iberica. Scipione ottenne una nuova vittoria sconfiggendo Asdrubale Barca nella battaglia di Baecula. Comunque Asdrubale infatti evitò la disfatta, dirigendosi verso l’Italia per accorrere in aiuto del fratello Annibale, senza che Scipione riuscisse a fermarela sua marcia. Theodor Mommsen ha criticato la sua strategia, invece lo Scullardritiene che fosse impossibile bloccare tutti i passi dei Pirenei e che egli avesse come obbiettivo principale la sottomissione della Spagna.
Anche qui Publio mostrò la sua generosità rilasciando Massiva, il giovane nipote di Massinissa, re della Numidia, che riconoscente del gesto, aiuterà Scipione ad abbattere il dominio cartaginese in Africa. E anche in questo riscontriamo un punto in comune con la famosa clemenza di Cesare.
Dopo la partenza di Asdrubale Barca per l’Italia, vennero inviati in Spagna dei rinforzi sotto il comando di Annone, che con Magone Barca, reclutò truppe mercenarie in Celtiberia. Marco Silano catturò Annone, ma fu messo in fuga da Magone che si unì ad Asdrubale Giscone a Cadice. Allora Scipione scese nel sud per affrontare Asdrubale che si rifiutava di combattere, dividendo il suo esercito in numerose città. Publio però non perse tempo negli assedi, nonostante il fratello Lucio fosse riuscito a conquistare la ricca e importante città di Aurungis (Jaén).
Nel 206 a.c., Publio ebbe una grande vittoria presso Ilipa (Alcalá del Río), Asdrubale e Magone fuggirono, mentre le loro truppe furono massacrate. Publio riuscì a contenere il grosso dell’esercito nemico mentre le ali compivano una perfetta manovra di avvolgimento dell’intera armata cartaginese, la famosa manovra a tenaglia di Scipione. Così distrusse due armate cartaginesi e infine, conquistata Cadice, ottenne l’alleanza della città nello stesso anno.
Vinta la battaglia Publio fece un viaggio in Africa per incontrare Siface, incerto se appoggiare Roma o Cartagine portandolo dalla sua parte. Tornato in Spagna, Scipione cadde malato (malaria?). La notizia provocò un ammutinamento, quasi subito domato, fra le truppe che si trovavano sul Sucrone, tra Nova Carthago e l’Ebro. Ristabilitosi, guidò la sua armata contro due principi ispanici ribelli, vincendo sull’alto Ebro e costringendo i sovrani ribelli a rinnovare l’alleanza con Roma.
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SCIPIONE L’AFRICANO |
IL CONSOLE
Nel 205 a.c. Roma ratificò la pace di Fenice con Filippo V di Macedonia e finalmente vi fu pace in oriente, divenendo garante nei confronti di coloro che ne avevano chiesto l’intervento negli anni passati. Publio Cornelio venne eletto console l’anno dopo, nel 204 a.c., e come tale propose di portare la guerra in Africa ma il Senato di Roma, sotto la pressione dei Fabii, gens patrizia di cui il massimo esponente fu quel Fabio detto Il Temporeggiatore, voleva prima sconfiggere Annibale.
Scipione in Sicilia aveva solo le legioni sopravvissute alla disfatta di Canne e poche navi. Mentre Gaio Terenzio Varrone, il generale responsabile della disfatta, era stato perdonato, i soldati per punizione dovevano restare in Sicilia col divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia.
« I Romani a causa della sconfitta di Canne, disperarono di poter conservare il potere sull’Italia e si trovarono in grave pericolo e timore per la loro stessa salvezza e la propria patria, poiché si aspettavano che dopo poco sarebbe sopraggiunto Annibale… ma benché fosse evidente che i Romani erano stati battuti militarmente, grazie ai pregi della loro costituzione repubblicana ed all’abilità dei loro piani, non solo ripresero il potere in Italia, vincendo poi i Cartaginesi, ma si impadronirono poco tempo dopo di tutta la Terra abitata. »
(Polibio, Storie, III, 117.)
Nonostante i soldati avessero protestato al Senato per l’ingiusto trattamento, la punizione non era mutata e per quei 15.000 uomini l’unica speranza era Scipione, l’uomo delle vittorie impossibili, che riscattasse il loro onore e li rimandasse in patria.
Scipione si rivolse allora agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e rifornimenti e molti risposero all’appello. Le città dell’Etruria e del Lazio fornirono i marinai per le navi, la tela per le vele, vivande, armi e soldati. In meno di due mesi Scipione ottenne 7.000 volontari italici e cominciò a preparare lo sbarco in Africa, che gli riuscì solo l’anno successivo a causa di malversazioni di un suo subalterno a Locri.
LA GUERRA AFRICANA (204-202 a.c.)
Scipione annunciò al senato di voler abbattere Cartagine, portando la guerra in Africa, ma il senato, capitanato dalla fazione di Quinto Fabio Massimo, ora ottantenne e princeps senatus, teneva per la posizione dell’inerzia, senza scontri in guerra aperta.
Convinto da alcuni abitanti di Locri a riconquistare la città, Scipione accettò e dopo la vittoria lasciò un luogotenente, Quinto Pleminio, a governare la città, anzi a malgovernare, le proteste giunsero a Scipione che però non dette loro credito. Ma il partito avverso a Publio fece la sua mossa e come i Locresi si appellarono al Senato questi inviò una commissione di inchiesta. Ma la commissione non solo appurò che Scipione era estraneo al comportamento di Pleminio, ma anzi a Siracusa, vide che l’esercito di Scipione perfettamente addestrato e rifornito. Pertanto tornata Roma fece le lodi di Scipione al senato per le sue capacità di organizzazione e di comando.
Così nel 204 a.c. Publio Cornelio terminò il mandato da console ma venne nominato proconsole e potè proseguire il progetto. Partì per l’Africa e a causa della nebbia sbarcò nei pressi di Utica, ma i 60.000 cartaginesi, contro i 35.000 di Publio, lo aspettavano a Emporia. Venne raggiunto dal principe di numida Massinissa con i suoi cavalieri, mentre il principe di Numidia Siface, che aveva sposato la bella figlia di Asdrubale, Sofonisba, gli era avverso.
Scipione sbaragliò il nemico e spedì a Roma un sontuoso bottino di merci e schiavi, che immediatamente lo riportò in auge. Cercò di conquistare Utica ma non riuscì e si accampò nei “Castra Cornelia” gli accampamenti fortificati che aveva fatto erigere e dove svernerà con tutto l’esercito.
Intanto Scipione, che sapeva della grande superiorità numerica degli avversari, studiò un piano: Siface e Asdrubale si erano accampati su due alture vicine, ma i loro accampamenti in legno e giunco erano addossati gli uni agli altri, non studiati al centimetro come quelli romani. Allora Scipione mandò una serie di ambasciatori per trattare la pace, inserendovi soldati esperti nel rilevare tutte le informazioni del luogo.
Poi in primavera interruppe i negoziati e fece partire le sue navi apparentemente in direzione Utica, come dovesse assalire la città dal mare.
Di notte invece si recò all’accampamento di Siface e, dopo aver bloccato ogni via di fuga, appiccò un incendiò che, come previsto, si estese in poco tempo a tutto l’accampamento. I cartaginesi dell’accampamento di Asdrubale, credendo accidentale l’incendio, corsero in aiuto e vennero annientati.
Livio riporta che morirono circa 40000 uomini e quasi 5000 furono fatti prigionieri. Fu un successo senza pari. Polibio, che probabilmente ottenne le informazioni da Lelio, che partecipò all’attacco, lo giudicò fra le imprese di Scipione, “il più straordinario dei fatti d’arme da lui ideato ed eseguito”.
Sia Asdrubale che Siface scamparono e si ritirarono l’uno a Cartagine e l’altro in Numidia. Ma entro un mese arruolarono 4000 mercenari in Spagna e ripresero la guerra, ma furono di nuovo sconfitti ai Campi Magni, sul corso superiore del Bagrada, a 120 km da Utica. Solo grazie all’eroica resistenza dei Celtiberi riuscirono a salvarsi, Asdrubale tornò a Cartagine e Siface nella propria capitale Cirta.
Scipione proseguì i combattimenti ed occupò diverse varie città tra cui Tunisi, a 24 km da Cartagine, da cui poteva controllare le vie nemiche. Lelio e Massinissa, spediti all’inseguimento di Siface, lo sconfissero presso Cirta e lo catturarono.
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SOFONISBA |
SOFONISBA
Era una nobile e bellissima cartaginese, figlia di Asdrubale, moglie di Siface re della Numidia occidentale. Dopo la sconfitta del marito da parte del rivale Massinissa (203 a.c.), che intendeva riacquistare il trono paterno, fu da quest’ultimo richiesta come sposa, tanto era affascinato dalla sua bellezza e dal suo orgoglioso carattere.
Ma poi Massinissa fu costretto a consegnarla a Scipione che l’aveva richiesta temendo che ella potesse spingere Massinissa a combattere contro i Romani. Massinissa stesso le fornì il veleno ed ella, pur di non cadere schiava, si avvelenò. Scipione ricompensò Massinissa dandogli il titolo di re della Numidia e Cartagine chiese la pace.
LA TREGUA
Le condizioni dettate da Scipione includevano:
- la restituzione dei prigionieri,
- il ritiro degli eserciti cartaginesi dall’Italia,
- la rinuncia alla Spagna,
- la consegna delle navi da guerra.
I cartaginesi dovettero accettare e firmare l’armistizio nel 202, ma non era finita perchè i Cartaginesi richiamarono in patria Annibale e Magone. Quest’ultimo, ferito in battaglia, morì durante il viaggio mentre Annibale, rimpiangendo di non aver attaccato Roma subito dopo la vittoria di Canne, così rammaricava a detta degli storici:
“Scipione aveva osato muovere contro Cartagine senza aver veduto da console, in Italia, il nemico cartaginese; egli, che aveva fatto a pezzi centomila romani al Trasimeno e a Canne, era rimasto a invecchiare tra Casilino e Cuma e Nola”. Annibale non se la perdonò mai.
Intanto in Africa una tempesta aveva sospinto sulla costa di Cartagine duecento navi onerarie romane salpate dalla Sicilia con rinforzi e rifornimenti per Scipione, e i Cartaginesi si impossessano di navi e carico. Scipione mandò ambasciatori a protestare ma i cartaginesi li lasciarono senza risposta e tesero loro un agguato sulla via del ritorno. In risposta Scipione devastò la valle del fiume Bagrada per isolare Cartagine dalla sua base di rifornimento.
Sbarcato con 24000 uomini a Leptis Minor (odierna Lamta), Annibale ottenne l’aiuto di 2000 cavalieri da Ticheo, parente di Siface, oltre ai 12000 uomini di Magone di cui già disponeva, e 4000 macedoni inviati da re Filippo, un esercito addestrato e potente.
LA BATTAGLIA DI ZAMA
Nel 202 Scipione andò ad affrontare Annibale, a capo dell’esercito punico, presso Zama, a sud ovest di Cartagine. La mancanza di rifornimenti da Cartagine per la devastazione della valle di Belgrada costrinse Annibale ad allontanarsi dalla sua base militare cioè Cartagine, per affrontare Scipione.
A Zama Annibale inviò esploratori per scoprire le difese dell’accampamento romano, ma tre spie vennero catturate. Scipione però non solo non li punì ma li affidò a un tribuno militare con l’ordine di mostrar loro tutto il campo. Gli esploratori esterrefatti vennero rimandati indenni al loro campo.
Scipione voleva dimostrare ai cartaginesi la completa fiducia dei romani nei propri mezzi ed impressionarli.
Evidentemente ci riuscì perchè Annibale chiese un incontro con Scipione. L’altro accettò scegliendo come luogo dell’incontro una pianura non lontana dalla città di Naraggara, assicurandosi la battaglia su un terreno pianeggiante, per sfruttare al meglio la superiorità numerica della sua cavalleria.
Durante l’incontro dei due generali, prima di scendere in campo, Annibale s’incontrò con Scipione, con i due eserciti fermi a 5 km di distanza l’uno dall’altro. I due generali avanzarono accompagnati ognuno da una piccola scorta, poi si incontrarono da soli, con l’unica presenza di un interprete.
Le cronache non forniscono i contenuti della trattativa, secondo Polibio però, dopo la proditoria rottura dell’armistizio, le condizioni poste da Roma si erano fatte più pesanti per cui non vi fu accordo.
Secondo altri Annibale fece una proposta di pace: Sicilia, Sardegna e Spagna ai romani e le dominazioni di Cartagine solo in Africa. Scipione gli rispose che offriva territori già nelle mani dei romani. Sembra che i due generali si siano comunque salutati con grande rispetto. Già il fatto che s’incontrarono praticamente da soli indicano che avessero ognuno molta fiducia nella parola d’onore dell’altro. Annibale disprezzava profondamente i romani, ma apprezzava grandemente Scipione.
L’esercito di Scipione doveva aggirarsi intorno ai 36000 uomini mentre quello di Annibale era oltre i 50000, veterani delle campagne d’Italia, mercenari galli e liguri assoldati da Magone, cartaginesi e libici appena mobilitati.
In più Annibale aveva 80 elefanti, più che in ogni altra battaglia da lui combattuta prima. Allo scopo di terrorizzare i romani, il generale cartaginese schierò i pachidermi in prima fila e quando la battaglia cominciò li lanciò in carica contro lo schieramento romano.
Ma Scipione, con un’idea geniale, ordinò all’intera linea di suonare tutte le trombe e tutti i corni, con un frastuono così terribile che gli elefanti terrorizzati sbandarono e molti di essi si voltarono e caricarono le loro stesse truppe.
Annibale cercò di sfondare la formazione romana al centro dove erano stati concentrati i legionari, prima con gli elefanti, poi con le truppe, dalle meno forti alle più agguerrite. Scipione ebbe però un’altra idea geniale, sostituendo all’abituale ordine a scacchiera, una formazione in colonne, separate da larghi corridoi nei quali furono lasciati penetrare i pachidermi per colpirli al ventre. Ci ricorda un po’ una tattica usata da Alessandro Magno nella battaglia dell’Idaspe. La cavalleria romana avrebbe prima attaccato quella cartaginese, per convergere poi ed abbattersi sul centro.
Non solo le legioni romane ressero l’urto, ma la cavalleria romana vittoriosa assalì alle spalle la falange cartaginese, annientandola. Annibale si ritirò con pochi cavalieri ad Hadrumetum, dove aveva vasti possedimenti terrieri, e di li andò a Cartagine.
Polibio racconta che la battaglia ebbe sorti alterne finchè la cavalleria di Lelio e Massinissa caricò i cartaginesi alle spalle sgominando i soldati di Annibale che tuttavia restarono eroicamente ai propri posti fino alla fine.
Secondo Polibio e Livio caddero ben 20000 cartaginesi e quasi altrettanti furono catturati, mentre tra i romani
caddero circa 1500 uomini. Annibale fuggì con pochi uomini rifugiandosi ad Adrumeto.
Polibio e Livio riferiscono che da parte dei Cartaginesi ci furono ventimila uomini uccisi e quasi altrettanti catturati, mentre tra i Romani caddero circa millecinquecento uomini. Annibale riuscì a scampare alla mischia rifugiandosi con pochi uomini ad Adrumeto.
Entrambi gli storiografi tributano ad Annibale un elogio su come avesse schierato l’esercito e avesse combattuto, riconoscendo che avesse perso non perché non fosse valoroso bensì perché si era scontrato con chi era più valoroso di lui. Basil H. Liddell Hart, a proposito della battaglia di Zama, scrive: “Se si esaminano gli annali della storia, non è dato trovare un’altra battaglia in cui due grandi comandanti militari sapessero sempre dare il meglio di sé“.
Pochi giorni dopo Cartagine mandò da Scipione gli ambasciatori ad implorare la pace che fu accettata, con la promessa che Cartagine sarebbe rimasta libera e senza presidi romani, anzi alleata di Roma, ma avrebbe consegnato la flotta meno 10 triremi, cioè le imposero di non avere mai più di dieci navi: la flotta cartaginese era finita.
Inoltre imposero che Cartagine non potesse fare guerre in Africa senza il consenso di Roma, e mai fuori dell’Africa, e che avrebbe pagato a Roma duecento talenti euboici d’argento all’anno per cinquant’anni. Poichè ogni talento euboico pesava 25.86 kg. d’argento, l’esborso era di circa 5 tonnellate d’argento all’anno, una fortuna. Inoltre la città cartaginese doveva dare in ostaggio a Roma cento giovani, scelti da Scipione.
Dopo aver donato a Massinissa tutte le terre di Siface conquistate dai romani, Scipione si imbarca per la Sicilia e ritorna a Roma via terra attraverso l’Italia meridionale: è un’unica lunghissima processione trionfale. Poi ebbe a Roma gli onori del trionfo, acquisendo il cognomen trionfale di Africano. La gente lo acclamava come un eroe e lo adorava come un Dio, ma l’opposta fazione non ne fu affatto contenta. Si dice che Scipione avesse introdotto alberi d’arancio (dalla penisola iberica) a Roma e avesse portato molte piante rare a Roma dall’Africa.
È rimasto famoso il colloquio che Scipione ebbe con Annibale, riportatoci da Acilio:
– Scipione chiede ad Annibale quale secondo lui fosse il più grande condottiero, e l’altro risponde Alessandro Magno. Scipione allora gli chiede chi ponesse al secondo posto, e Annibale risponde Pirro. Ed insistendo Scipione su chi ritenesse terzo, Annibale risponde lui stesso. A quel punto Scipione gli chiede cosa avrebbe mai risposto se a Zama avesse vinto lui. Annibale rispose che in quel caso avrebbe posto sé stesso prima di Alessandro, prima di Pirro, prima di qualunque altro. –
Vanificato l’incontro diplomatico, Roma va alla guerra. Vengono eletti consoli Publio Scipione Nasica, omonimo e cugino di Scipione, e Manio Acilio. Di Publio Nasica Plinio il vecchio cita quando nel 204 a.c., il Senato lo designa quale cittadino più virtuoso e adatto ad accogliere ad Ostia la statua di Cibele, fatta giungere dal santuario di Pessinunte.
I DUE SCIPIONI
Ma occorre abbattere definitivamente Antioco. A Roma vengono eletti consoli Lucio, fratello di Scipione, e Gaio Lelio, l’amico di Publio. Scipione dichiara che se la Grecia fosse stata assegnata al fratello Lucio Scipione, egli sarebbe andato con lui come legato, la proposta è accettata con entusiasmo. Il grande comandante accettava una carica subordinata lasciando ad altri la gloria del trionfo.
Le condizioni di pace dei romani: Antioco doveva ritirarsi oltre la catena del Tauro, pagare le spese di guerra e consegnare Annibale che, udita la clausola, scappa a Creta. Scipione mira ad assicurare il predominio e l’influenza romana in maniera pacifica, conquistando l’Asia Minore, come la Grecia, senza quasi colpo ferire.
IL CASO SCIPIONE
La vittoria porta a Roma un immenso bottino e il dominio dell’Egeo, ma al rientro a Roma dei due fratelli si scatena contro di loro una campagna denigratoria con accuse di corruzione, soprattutto verso Lucio, da parte dei loro avversari politici, delusi dalla mitezza delle condizioni di pace di Magnesia e fortemente allarmati dal potere dei due Scipioni, che vengono accusati di essersi appropriati di somme enormi ricevute da Antioco III senza fornire rendiconti all’Erario della Repubblica.
Nel 187 a.c. Publio Cornelio Scipione venne dunque convocato davanti al Senato romano per rendere conto dell’uso fatto di ben 500 talenti d’oro consegnati ai Romani da Antioco, il ricchissimo Re della Siria dopo la sua sconfitta a Magnesia nell’anno 564 ab urbe condita (189 a.c.) come primo versamento di un tributo impostogli da Roma.
La guerra era stata affidata a Lucio, fratello di Publio, ma questi era il vero conduttore della guerra e la somma era stata devoluta da Lucio per regalie ai soldati, compensi ai delatori e spese varie e Lucio purtroppo non era un esempio di precisione contabile. In realtà il problema era lo scontro a Roma fra due ideologie diverse, quelle di Catone e quelle di Scipione.
Marco Porcio Catone, il conservatore, austero custode delle antiche tradizioni romane, difensore delle antiche usanze agrarie e dell’arcaica società patriarcale dei latini, vedeva nella società romana la rilassatezza dei costumi e di conseguenza odiava gli Scipioni, una gens dalle idee aperte alle novità, che riconosceva la superiorità della civiltà greca sul piano artistico e filosofico.
Catone non sopportava soprattutto Publio e il lusso ostentato da sua moglie Emilia, sorella di Paolo Emilio, che conosceva il greco e partecipava a riunioni riservate alle sole donne dell’alta società romana, una libertà che scandalizzava Catone. Inoltre Emilia era bella, elegante e sfoggiava magnifici e costosissimi gioielli.
Quando le ostentazioni della moglie vennero rimproverate a Scipione egli rise e rispose che sua moglie poteva permetterselo, perchè lui era ricco e perchè sua moglie gli piaceva così. Una risposta che fece ribollire di rabbia Catone e la sua fazione, che vedevano nella ellenizzazione della società romana un indebolimento delle antiche virtù e quindi contrario ad ogni idea di conquista della Grecia.
Catone sa che Lucio non ha la genialità tattica del fratello e solo i consigli di Publio gli hanno permesso la vittoria a Magnesia nel 189 a.c. Antioco dovrà versare a Roma un tributo di 5000 talenti d’oro più 500 talenti da consegnare a Lucio come anticipo. Publio non chiese conto al fratello di quella somma e offeso di dover dar conto al Senato di Roma, ingrato per quanto lui avesse fatto per la patria, si autoesiliò a Liternum, nella sua fattoria di campagna.
Ma Catone non desistè e nel 186 a.c. gli fece notificare una rogatio, un avviso di procedimento penale, per rispondere davanti al Senato dei 500 talenti; l’onesto Publio non sapeva nulla della destinazione di quella somma ma il giorno della discussione in Senato fu tale il tripudio della folla da far passare in secondo piano sia le accuse contro di lui che quelle per il lusso e lo sperpero della sua famiglia.
Il giorno dopo, sempre fra le ovazioni della folla, il fratello Lucio mostrò i rotoli contenenti conteggi, ricevute, dichiarazioni, tutte prove testimonianti almeno in parte le spese fatte con i 500 talenti ma Publio nel suo discorso non accettò di essere sospettato né di essere messo sotto accusa e non pronunciò una sola parola pronuncia in sua difesa perché era indegno che uno Scipione venisse sottoposto a giudizio per un volgare conteggio di talenti.
Di fronte a questi 500 talenti che cosa valeva allora la sua vittoria a Zama su Annibale, una vittoria che aveva salvato Roma da un pericolo gravissimo? Quindi prese i rotoli dei conteggi e li stracciò dicendo: “Molti hanno dimenticato che oggi è l’anniversario della vittoria di Zama: andiamo a rendere onore e ringraziamenti a Giove” ed uscì fra la folla esultante.
LA MORTE
Dopo poco tempo venne riconvocato; il patrizio Publio non si presentò ma fu proprio un suo avversario politico, l’onesto tribuno della plebe Tiberio Gracco, a difenderne l’onestà e i successi ottenuti per Roma: i due tribuni della plebe ritirarono la rogatio e solo Lucio venne condannato ad una pena pecuniaria per l’incompletezza delle prove.
Publio amareggiato e sdegnato si ritirò a Liternum e non metterà più piede a Roma. Tiberio Gracco lo venne spesso a trovare e la stima fra i due fu tale che Publio gli concesse in sposa la figlia Cornelia. Il dispiacere di essere stato inquisito però lo perseguitò e nel 183 a.c., colpito da forti febbri, forse dovute alla malaria, morì, a soli 50 anni, e venne sepolto a Liternum e non nella tomba della famiglia sulla via Appia. Sembra che prima di morire dicesse: “Ingrata patria, non avrai le mie ossa.”
FRASI DI PUBLIO
– Ingrata patria, non avrai le mie ossa. (Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes).
“Nunquam mihi defuturam orationem qua exercitum meum adloquerer credidi, non quo verba unquam potius quam res exercuerim… apud vos quemadmodum loquar nec consilium nec oratio suppeditat“.
(Multitudo omnis sicut natura maris per se immobilis est… ventus et aurae cient).
– Possiede maggior determinazione colui che porta il suo attacco di chi lo subisce.
(Plus animi est inferenti periculum quam propulsanti).
– Il maggior terrore è quello delle cose ignote.
(Maior ignotarum rerum est terror).